Pantani” delle Albe: tragico e solitario eroe, indimenticabile Pirata

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Venerdì, 8 Febbraio, 2013

“Pantani” delle Albe: tragico e solitario eroe, indimenticabile Pirata

Il regista Marco Martinelli racconta lo spettacolo sul celebre ciclista da domani in scena al teatro Massimo di Cagliari

di Walter Porcedda

Nove anni di questi giorni la fine tragica del Pirata. Solitario, in una stanza d’albergo a Rimini Marco Pantani, uno dei più grandi corridori di tutti tempi, se ne andò per sempre lasciando un vuoto fatto di tristezza e di rabbia nel mondo dello sport. La storia di questo campione è oggetto di uno spettacolo di teatro civile firmato dal regista Marco Martinelli per le Albe di Ravenna, una delle compagnie più solide in Italia sul fronte della ricerca, che domani alle 21 è ospite al Massimo di Cagliari per la Stagione dello Stabile (in replica l’indomani alle 19 e il lunedì alle 17).Un lavoro certosino di ricerca e scavo, durato oltre due anni per raccontare un dramma dai tratti shakespiriani. Un insieme di tragico antico e contemporaneo.

« Ho cercato di tenere insieme tutto – spiega Martinelli – Ne è venuto fuori un'opera "degenere", nel senso che non mi sembra possibile racchiuderla in un solo genere, ma ne intreccia diversi: è insieme tragedia e romanzo, inchiesta giornalistica e poesia. Per arrivare al cuore di quel grande atleta ho dovuto seguirlo passo passo fin dai primi voli in bicicletta da bambino, poi le grandi imprese, poi il fragore della caduta dalla cima più alta».

Lo Sport contemporaneo registra sempre più casi eclatanti di ascesa e rovinosa caduta. Vedi l'"affaire" del calcio, il recente ed esplosivo caso di Amstrong. Questi novelli gladiatori sono eroi e vittime di un sistema crudele. Come Pantani, trasformato da campione a vittima sacrificale?

«Marco lo è stato in maniera esemplare. Ci è utile rileggere Renè Girard, il teorico francese che ha fondato tutta la sua ricerca sul meccanismo del "capro espiatorio" ancora operante nella nostra società: si colpisce una singola vittima per "purificare" l'intera comunità, si scarica su quel malcapitato la colpa e il male di cui tutti siamo portatori. Pagano gli atleti in genere, mentre al vertice delle istituzioni sportive guarda caso restano sempre gli stessi, quelli che non cadono mai, che sanno tutto e fingono di non sapere, approfittano e lucrano incitando alla vittoria "a tutti i costi" e poi si stracciano le vesti quando la magagna salta fuori. Lo sport è affare di potere e miliardi, non dimentichiamolo».

Esiste comunque un caso Pantani. Come rivela un libro di Philippe Brunel, luoghi oscuri e verità nascoste. Dall'arrembaggio dei media alle dichiarazioni disinvolte di un ministro come Gasparri. Pantani pagò per tutti e per colpe non commesse?

« Pantani si era opposto a un sistema ipocrita. Ma non era un "politico", era un emotivo. Uno schietto: voleva regole certe e uguali per tutti gli sport. Ed essendo il campione indiscusso del ciclismo di quegli anni, colui che aveva rubato la scena (e gli sponsor…) al calcio e all'automobilismo, colui che aveva restituito al ciclismo la sua poesia antica, quella dei Coppi e dei Bartali, si è illuso di poter combattere poteri ben più forti di lui: non ha visto la rete che gli si stringeva attorno, ed è stato atterrato e lapidato. Dal 5 al 6 giugno del 1999, in sole 24 ore, il "dio del ciclismo" è stato trasformato in un "mostro", per un esame che non era la prova di niente e che da lì a pochi mesi venne giudicato "inattendibile". Ma ormai il meccanismo infernale era partito. Sì, ha pagato per tutti, ma questo "sacrificio" non ha ripulito il sistema: basti pensare che le istituzioni che misero al muro Pantani sono le stesse che in quegli anni santificavano Amstrong… »

Chi era davvero il Pirata.? E come lo raccontate in scena?

«In scena Pantani non c'è. Abbiamo costruito un rito della memoria in cui al centro stanno i genitori di Marco, Tonina e Paolo, meravigliosamente interpretati da Ermanna Montanari e Luigi Dadina, archetipi di una Romagna popolare e anarchica, e accanto a loro i testimoni che raccontano di lui.

Marco è l'assente che riempie di sé gli occhi e i racconti dei presenti. Questo Marco invisibile è visibile nei video che raccontano le gesta sportive, i suoi "capolavori", come le imprese di Oropa e sul Galibier, o video "privati" donati dai familiari. In questi testimoni c'è l'urgenza di ridare dignità al loro amato, farla finita con la "leggenda nera" ingiustamente costruitagli addosso, di riconoscerlo per quello che è veramente stato: un artista della bicicletta, uno nato per scalare le montagne, poeta capace di rispondere, a chi gli chiedeva come facesse ad andare così forte in salita: "è per abbreviare la mia agonia"»

Nella storia di Pantani si riflette parte del Belpaese degli ultimi venti anni. Quello dei miti plastificati del sogno berlusconiano e la difficoltà del viverequotidiano. Che insegnamenti e riflessioni ci lascia ?

«E' la storia di un grande campione, ma è anche la storia di tutti noi, dell'Italia degli ultimi venti-trent'anni. Non a caso il '94, l'anno in cui Marco esplode come professionista, è anche l'anno della discesa in campo e della prima vittoria di Berlusconi. E, come cantava la sigla di un programma berlusconiano, citata nel nostro lavoro: "I sogni adesso non si sognano più, li puoi trovare già pronti, te li dà la tivù." Che tristezza: ce lo hanno detto e cantato con chiarezza, già da allora, "vi derubiamo dei vostri sogni: allegria!", e noi, un intero popolo, ci siamo fatti derubare.

La storia di Marco è quella di un eroe di carne, di un bambino orgoglioso e malinconico che sognava nella fatica e nella sofferenza. Se alla fine c'è un insegnamento, che non siamo noi a dare ma è l'intera vicenda di Marco che ce lo offre, è il seguente: teniamo ben aperti gli occhi. Non lasciamoci sedurre dal tele-venditore di turno. Non lasciamoci incantare. Ne va della nostra pelle».

La Nuova Sardegna - 08 febbraio 2013

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