“Pantani”, dentro il cuore nero dell’Italia

Data: 
Lunedì, 11 Febbraio, 2013

Il teatro delle Albe, in scena al Massimo di Cagliari, riapre uno dei casi più dolorosi e maledetti del nostro sport
di Walter Porcedda

CAGLIARI «Marco, ma come fai ad andare così forte in salita?». «E’ per abbreviare la mia agonia”. Così Pantani rispose un giorno a un giornalista. Fu quella stessa agonia che, diventata non più sopportabile, in cinque tormentati anni lo condusse alla fine. Solitario, nella stanza di un residence a Rimini, nove anni fa proprio di questi giorni, il campione si spense schiacciato da una macchina del fango infernale. Il dolore privato di quella agonia torna pubblico, come un groppo alla gola, assistendo allo svolgersi di “Pantani”, opera di forti emozioni del Teatro delle Albe – da sabato fino ad oggi alle 17 al Massimo per la stagione dello Stabile – diretta da Marco Martinelli. Il regista ha affondato l’anima e la testa dentro una delle più emblematiche e controverse storie di sport e costume della nostra Italia, eterna Italietta, terra di malaffare dove la via del riscatto sembra ancora lunga. Ingombra di misteri non risolti come questo di cui, dopo un lavoro di scavo di oltre due anni, l’aiuto di un libro, quello scritto dal giornalista francese Philippe Brunel che ha illuminato molte zone oscure e, soprattutto, l’aiuto dei familiari del ciclista, si viene lentamente a capo in scena come guardando l’affiorare di un relitto dimenticato. Chi uccise il Pirata? Il campione che fece tornare grande il ciclismo nel cuore di chi amava la poesia delle salite, la testa china sul manubrio a scavallare dossi e colline, arrampicandosi sulle cime aspre del Ventoux in Francia al Tour o quelle ardite delle Dolomiti al Giro? L’inizio della fine ha una data: 5 giugno del 1999, un manciata di ore prima della fine del Giro che Pantani stava vincendo. Un esame del sangue indicò un tasso nell’ematocrito più alto del dovuto. La maglia rosa venne allontanata, circondata da decine di carabinieri come fosse un ladro. Esame dubbio che non certificava la presenza di sostanze dopanti e che, sei mesi dopo, venne addirittura tolto di mezzo dalle istituzioni ciclistiche preposte al controllo. Ma tanto bastò per rovinare per sempre l’immagine di un grande campione e determinare una rovinosa e alterna strada in discesa. Una “caduta degli dei” all’italiana. Una vicenda fatta di intrighi oscuri, mezze verità, indagini dubbie, interessi di sponsor e di poteri forti. Gli stessi che decisero di tarpare le ali a un uomo libero come Pantani. In “Pantani” nulla è nascosto ma tutto è esposto lungo tre ore con ordine da entomologi sul tavolo, affinchè si possa capire fino in fondo. Un’operazione a cuore aperto più che un rito da oratorio funebre. Con una superba, e in Italia ormai rara, capacità di denuncia che ha il fascino della ballata popolare. Sì, perchè questo spettacolo scegliendo l’epica di un’opera brechtiana la intreccia con il sapere alto di una compagnia che in decenni ha affinato una pratica del rappresentare unica. Fatta di ricerca e memoria. Popolare e d’avanguardia assieme. La lezione e l’esempio dei padri e lo sguardo lungo e profondo delle madri. Paolo (Luigi Dadina) è il granitico genitore che, quasi in disparte porta nel cuore una rabbia sotterranea. Tonina, la mamma – meravigliosa e carismatica Ermanna Montanari – è una madre coraggio di accenti forti, romagnoli e anarchici. Ieratica e tagliente all’inizio scaccia («andate via, me lo avete ucciso») i giornalisti accusati di aver contribuito nei fatti e senza vergogna, rare le esclusioni, a costruire con complicità il castello di accuse fasulle montato contro il campione di Cesenatico. Sono loro due i perni dell’allestimento, la continuità e il filo rosso della storia delle Albe che qui sceglie il passo dell’inchiesta giornalistica (condotta da un efficace Francesco Mormino alter ego di Brunel) scandita per stazioni come una via Crucis, agiti dalla presenza preziosa dei bravi Michela Marangoni (la sorella Manola)e Laura Redaelli (che intonano pure in modo suggestivo canti romagnoli), Alessandro Argnani, Roberto Magnani, Fagio e Francesco Catacchio. Un teatro che si sporca le mani e prende posizione. Riaprendo a voce alta il caso Pantani mettono in circolo nel Paese aria pulita. Fresca e necessaria.

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