Che fare?

Teatro Massimo Cagliari: 
Martedì, 27 Ottobre, 2020 - 18:00

Valentina Valentini presenterà il suo "Teatro contemporaneo 1989-2019", Carocci, 2020 nell'ambito dei Martedì Letterari, organizzati dalla Libreria Edumondo.

In Teatro contemporaneo 1989-2019 (Valentini 2020) affrontiamo il divenire altro del teatro nel contesto della complessa situazione politica e sociale fra i due millenni e analizziamo come si trasforma il medium teatro e il formato spettacolo. La sua missione con avanguardie storiche e neoavanguardie è stata quella di mettere in crisi assetti costituiti e di progettare il nuovo. Che cosa passa – ci chiediamo - al nuovo millennio delle visioni, teorie, esperienze, utopie del Novecento?

Il fenomeno che chiamiamo teatro, è diventato un termine anacronistico, sostituito nell’ultimo decennio con arti performative che, con dizione conciliante e leggera, oltre il teatro, convoca la performance, la danza e la musica. In questo studio osserviamo questo territorio che continuiamo a chiamare teatro e rileviamo le trasformazioni rispetto a una forma spettacolo che nel secondo Novecento si è allontanata dal modello drammatico. [...] Le trasformazioni che emergono non sono tanto da considerare come perdite di essenze ontologicamente definite, quanto piuttosto da mettere in relazione con altri fenomeni, per comprenderne la portata.

La cultura di fine millennio vede la crisi dei concetti cardine della modernità, quali la dialettica, la lotta per l’avvento di una società migliore, l’utopia della rivoluzione possibile, l’arte come arma per immaginare una realtà in contrasto con le visioni dominanti, il soggetto capace di abitare al limite di territori diversi, quali il reale e l’immaginario, la cui differenza si è dileguata, ingrigendosi l’immaginario sul reale. Nella società globalizzata, sostiene Zygmunt Bauman in Homo consumens (2007), si sono dispersi i valori che reggevano le istituzioni pubbliche e governavano la politica che hanno ceduto di fronte al dominio dell’economia, da cui anche l’ethos dell’essere cittadino viene svilito nell’unico ruolo di consumatore, alieno dal coinvolgersi in azioni collettive, rinchiuso in un isolamento da social network e reality show.

Sinistra è diventato un termine privo di significato e, sotto la spinta dei grandi fenomeni di globalizzazione, le istituzioni che costituivano la struttura del saperepotere moderno, come il diritto, nonché le rappresentanze politiche e culturali, sono esautorate. Di fronte a una simile situazione cambiano l’analisi del proprio passato come anche l’immaginazione legata all’utopia, mai così ancorata alla realtà presente. Secondo il regista tedesco Thomas Ostermeier i conflitti che si agitano nella società del nuovo millennio richiedono una nuova presenza del dramma nella vita quotidiana, consumati storicamente sia la visione del mondo materialista e marxista, in cui il soggetto si definiva in termini di rapporti di classe e di relazioni economiche, sia il paradigma decostruttivista che, osserva il regista, aveva improntato le scelte artistiche delle passate gestioni della Volksbühne a Berlino. Questo rilievo di Ostermeier sta al centro dell’interrogazione che è sottesa al percorso proposto: quali procedure adottare nel nuovo millennio per superare il decostruzionismo nelle pratiche culturali e artistiche, storicizzando il suo apporto? Abbiamo esposto i macroscopici cambiamenti intercorsi fra gli anni Settanta e i due millenni: dalla politica trasgressiva (uscire fuori dai teatri come luogo istituzionale, fuori dal formato spettacolo, fuori dalla cultura occidentale, fuori dall’estetica per sostenere il diritto alla differenza) alla politica di resistenza che implica non tanto limiti da superare (la famiglia, la liberazione sessuale, la religione), quanto un situare il dissenso all’interno delle strutture culturali. Abbiamo verificato che convertire la pratica artistica a indagine socioantropologica sul funzionamento degli apparati museali, massmediatici, di produzione culturale, comporta un suo depotenziamento e nel contempo un rafforzamento dell’apparato istituzionale. Abbiamo riscontrato una concordanza fra drammaturgie artistiche e politiche in contesti con forti dinamiche sociopolitiche e culturali, laddove il nemico è visibile e la lotta per la trasformazione della società in atto. Mentre nelle società neoliberiste è considerata una drammaturgia politicamente efficace spazzare via i privilegi dell’autorialità, emblema della divisione del lavoro, desautorare lo spettatore e insieme l’autore, abolire l’opera frutto di una techné e di un lavoro compositivo, e sostituirla con una presenza (veri falegnami, panettieri, vere persone uscite dal coma ecc.) che introduca una flagranza di realtà. In tale prospettiva il passaggio dal dominio dell’economia e del punto di vista di classe al dominio dell’immateriale e del relazionale si potrebbe dire compiuto.

La tensione che sorregge questo studio è quella di dubitare delle opinioni accreditate che ci impediscono di immaginare diversi modi di raccontare i tempi in cui viviamo. L’urgenza è anche di intercettare strategie che vadano oltre le visioni del mondo prospettate dalle teorie decostruttiviste, ormai svuotate della carica dirompente che hanno esercitato: è possibile sfuggire al potere della storia e del linguaggio, ci chiediamo, andando oltre la coazione a ripetere la dinamica del divenire che ha contribuito a produrre un presente senza memoria e a smantellare il rapporto autore-opera-fruitore.

Reagiamo alla smemoratezza prodotta dal consumo immediato di fenomeni e fatti che favorisce una visione unidimensionale del tempo, schiacciata sul presente. Sono eclatanti i i crolli di impalcature estetiche con le quali fino a oggi ci siamo confrontati che mettono a rischio radicalmente la forma teatro, il formato spettacolo, il ruolo dell’autore e quello dello spettatore. Viviamo un’epoca di crisi profonda dei valori e delle regole che hanno dominato secoli di storia, per cui non è più possibile né narrare il presente come fosse il passato, né continuare nella critica di quei valori e di quelle regole, perché essi sono già stati superati dal reale. Senza arrivare a invocare panacee postumane, arcaismi regressivi, neomodernismi rassicuranti, qui si tratta di snidare, criticare, scardinare le narrazioni dominanti tentando di rovesciarle, aggirandole, aggredendole, inclinando verticalità, affrontando i conflitti, imboccando altri sentieri guidati da una memoria storica.

La vitalità della pratica teatrale non viene meno: al teatro si affida l’esperienza condivisa di una diversità, sia essa di genere, di linguaggio, di provenienza etnico-geografica ecc. Il teatro è vitale perché richiama le rovine della storia, la catastrofe delle utopie, e così le attesta come immanenti e, nel contempo, ne prende le distanze.

Valentina Valentini insegna Arti performative e Arti elettroniche e digitali alla “Sapienza” Università di Roma. Autrice di saggi apparsi su riviste nazionali e internazionali, ha pubblicato, tra l’altro, Mondi, corpi, materie (Bruno Mondadori, 2007; ed. ingl. Performance Research Books 2014), Drammaturgie sonore. Teatri del secondo Novecento (Bulzoni, 2012) e Nuovo teatro made in Italy (Bulzoni, 2015; ed. ingl. Routledge, 2018). È responsabile del network di arti performative, video e suono https://sciami.com.

(Estratto dalla premessa e dall’ultimo paragrafo del cap. 3 in V. Valentini, Teatro contemporaneo, Carocci Roma 2020)

Si ringrazia la casa editrice Carocci per la gentile concessione.

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